L'ISLAM VISTO DA JULIUS EVOLA
AL MITE PIACE PARLARE DELLE VARIE VIE
METAFISICHE COMPRESE QUELLE DELLA TRADIZIONE ESOTERICA ISLAMICA
(SUFISMO) ED EBRAICA ( LA QUABALLAH)... ANCHE SE, SECONDO LA SUA
OPINIONE, TUTTO CIO' CHE E' ESOTERISMO SI TROVA IN FORMA PURA NEL
VEDANTA INDO-EUROPEO E NELLA VIA INDICATA DELLO SVEGLIATO, IL
SIGNORE BUDDHA...
UN
ALTRO PARALLELO CHE SI PUO' FARE E' COL CANTO DEL BEATO, LA
BAGHAVAD-GITA... EVOLA NE PARLA QUA E LA NEI SUOI LIBRI, NESSUNA
MONOGRAFIA, PURTROPPO... IL MITE NE HA FATTO UN POST RECENTEMENTE, MOLTO
SINTETICO, NON POTEVA ESSERE DIVERSAMENTE SU FACEBOOK... IL PRINCIPE
ARJUNA E IL DIO KRIHSNA I PROTAGONISTI...L'AGIRE SENZA AGIRE E'
PARAGONABILE ALLA GRANDE GUERRA SANTA, AL JIHAD AL KABIR, INTESA NEL
SENSO EMINENTEMENTE SPIRITUALE... QUELLA MATERIALE, CHE SI SVOLGE NEL
MONDO PRETTAMENTE PROFANO, E' LA PICCOLA GUERRA SANTA, AL JIHAD AL
SAGHIR...
QUELLO ALLEGATO E' UN ARTICOLO CHE FARA' RABBUIARE MOLTI... QUELLI INTERESSATI SOLO AL MONDO PROFANO... L'ISLAM CHE SI VEDE OGNI GIORNO... NON L'ISLAM METAFISICO... E L'ISLAM DI TUTTI I GIORNI, ESPRESSIONE DELLE SOCIETA' DELL'AFRICA E DELL'ASIA, NON PIACE NEMMENO AL MITE... TROPPO DISTANTE DAI VALORI (MEGLIO CHIAMARLI NON VALORI) O MEGLIO ABITUDINI DEL COSIDDETTO OCCIDENTE... E TROPPO DISTANTE DAI SUOI STESSI VERI VALORI ESPRESSI AL MEGLIO DAI VARI IBN ARABII, GHAZALI, RUMI... I GRANDI "MISTICI" DELL'ISLAM COME FURONO DEFINITI DA UN CERTO TIPO DI OCCIDENTE... QUELLO SAPIENZIALE... ANCH'ESSO SCOMPARSO... MEGLIO PARLARE DI OCCULTAMENTO... CI FU UN GIORNO CHE, AL DI LÀ DELLE GUERRE COMBATTUTE SUI VARI CAMPI DI BATTAGLIA, I "MISTICI" INIZIATI DI AMBEDUE SPONDE SI PARLARONO...
IL POST PARLA DI METAFISICA... LASCIATE PERDERE IL QUOTIDIANO... QUELLO CHE NON PIACE AL MITE... SOLO VIOLENZA... SOPRAFFAZIONE... INCOMPRENSIONE...
ESSO E' UN
CONTRIBUTO PER LA CONOSCENZA DI UN ISLAM CHE QUASI NON ESISTE PIU' NELLE VARIE SOCIETA' DOVE PREDOMINA L'ISLAM SALVO NELLE TURUQ SUFI ( PLURALE DI TARIQA, "VIA" IN SENSO EMINENTEMENTE
SPIRITUALE, SAPIENZIALE) CHE NUMEROSE SI TROVANO IN TUTTO IL MONDO ISLAMICO... ED ANCHE NEL MONDO OCCIDENTALE... NON NUMEROSE... CERTI UOMINI CAUCASICI EUROPEI E AMERICANI SEMBRANO ESSERE ATTRATTI DALLE DANZE SACRE DEI SUFI-DERVISCI...
LA MAGGIOR PARTE DELLE CITAZIONI SONO
TRATTE DA "RIVOLTA CONTRO IL MONDO MODERNO" E DA "LA DOTTRINA ARYA DI
LOTTA E VITTORIA" DI JULIUS EVOLA... E PER CHI VOLESSE APPROFONDIRE
L'ARGOMENTO DI ESTREMA IMPORTANZA SONO I LIBRI DELL'ESOTERISTA FRANCESE
RENE' GUENON, UN SICURO PUNTO DI RIFERIMENTO, INSIEME AD EVOLA, PER CHI
VOGLIA CONOSCERE LA "TRADIZIONE", DI CUI LE VARIE TRADIZIONI PARTICOLARI
SONO SOLO DEGLI ADATTAMENTI STORICO-CULTURALI-GEOGRAFICHE...
LA
LETTURA DELL'ARTICOLO VA FATTA TENENDO CONTO DELLA SUA SIMBOLOGIA
"SACRA" E DEL SUO CARATTERE SPIRITUALE...
ASTENETEVI DA COMMENTI FUORI
LUOGO DI CARATTERE PROFANO, QUI SI PARLA DI METAFISICA, NON DI POLITICA
... CHI NON NE CAPISSE IL TENORE MEGLIO CHE TACCIA...
COSI' PARLO' ZETA ZETA
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L'Islam visto da Julius Evola
di Claudio Mutti
L’inizio della fortuna dell’opera evoliana nel mondo islamico risale
probabilmente agli inizi degli anni Novanta, allorché il filosofo
musulmano di nazionalità azera Gejdar Dzemal (1), fondatore del Partito
della Rinascita Islamica, curò per il primo canale della televisione
russa una trasmissione dedicata a Julius Evola.
Nel 1993 Rivolta
contro il mondo moderno veniva evocata, in un’intervista pubblicata dal
n. 77 di “Éléments”, da un altro intellettuale musulmano: l’algerino
Rachid Benaissa, allievo e continuatore di quel maître à penser della
“rinascita dell’Islam” che è stato Malek Bennabi.
Nel 1994, per
iniziativa di un professore di teologia islamica dell’Università di
Marmara usciva ad Istanbul, presso la casa editrice Insan, un libro
intitolato Modern Dünyaya Baskaldiri: era la traduzione turca di Rivolta
contro il mondo moderno. La presentazione editoriale faceva espresso
riferimento a René Guénon, un autore del quale sono apparse in turco,
negli stessi anni, due opere di critica del mondo moderno: La crise du
monde moderne (Modern Dünyanin Bunalimi, Agac, Istanbul) e Le règne de
la quantité et les signes des temps (Niceligin egemenligi ve çagin
alâmetleri, Iz, Istanbul).
Se alcuni ambienti musulmani hanno
manifestato un certo interesse per l’opera di Evola, in quale misura
Evola ha avuto conoscenza dell’Islam?
Il quadro della tradizione
islamica tracciato da Evola in Rivolta contro il mondo moderno non
occupa più di un paio di pagine, ma presenta con sufficiente risalto
quegli aspetti dell’Islam che nella prospettiva evoliana valgono a
caratterizzarlo come “tradizione di livello superiore non solo
all’ebraismo, ma anche alle credenze che conquistarono l’Occidente” (2),
vale a dire alla religione cristiana.
In primo luogo Evola fa
notare come il simbolismo dell’Islam indichi chiaramente una
riconnessione diretta con la Tradizione primordiale stessa, sicché
l’Islam risulta indipendente dall’ebraismo e dal cristianesimo,
religioni delle quali esso d’altronde respinge i temi peculiari: peccato
originale, redenzione, mediazione sacerdotale eccetera. Leggiamo
direttamente il brano evoliano:
Come nell’ebraismo sacerdotale,
qui al centro sta la legge e la tradizione quale forza formatrice, cui
però i ceppi arabi delle origini offrirono una materia assai più pura,
nobile, improntata da spirito guerriero. La legge islamica, shariyah, è
legge divina; la sua base, il Corano, viene concepita come la stessa
parola di Dio – kalâm Allâh – come opera non-umana, libro “increato”,
esistente ab aeterno nei cieli. Se l’Islam si considera come “la
religione di Abramo” e di questi ha voluto anche fare il fondatore della
Kaaba, ove ricorre la “pietra”, il simbolo del “Centro”, pure sta di
fatto che esso afferma la sua indipendenza dall’ebraismo non meno che
dal cristianesimo, che il centro della Kaaba con quello stesso simbolo è
preislamico ed ha origini remote difficili a determinare; che nella
tradizione esoterica islamica il punto di riferimento è la figura
misteriosa del Khidr, concepito come superiore ed anteriore ai profeti
biblici. L’Islam esclude il tema caratteristico dell’ebraismo, che nel
cristianesimo diverrà dogma e base del mistero cristico: mantiene,
sensibilmente affievolito, il tema della caduta di Adamo, senza trarne
tuttavia quello del “peccato originale”. In questo esso vede una
“illusione diabolica” – talbîs Iblîs - anzi, in un certo modo, tale
motivo viene invertito, la caduta di Satana – Iblîs o Shaytân – essendo
ricondotta, nel Corano (XVIII, 48), al rifiuto di questi di prostrarsi,
insieme agli Angeli, davanti Adamo. Così viene respinta anche l’idea di
“redentori” o “salvatori”, centro del cristianesimo, non solo, ma viene
esclusa la mediazione di una casta sacerdotale. (3)
La radicale
formulazione della dottrina dell’Unità, l’assenza di ogni macchia di
antropomorfismo, la restaurazione del primordiale contatto diretto col
Principio, l’integrazione di ogni settore dell’esistenza in un ordine
rituale, l’ascesi dell’azione culminante nel rito del jihâd, la capacità
di plasmare una “razza dello spirito” in termini di ummah: sono questi,
successivamente, gli aspetti dell’Islam sui quali si sofferma
l’attenzione di Evola. Concepito il Divino in assoluta purezza
monoteistica, senza un “Figlio”, senza una qualità di “Padre”, senza una
“Madre di Dio”, ogni uomo come muslem appare direttamente connesso a
Dio e santificato attraverso la legge, la quale permea ed organizza in
qualcosa di assolutamente unitario la vita in ogni sua espressione,
giuridica, religiosa, sociale. Come si è accennato, nell’Islam
originario l’unica forma di ascesi che si concepì fu quella dell’azione,
in termini di jihad, di “guerra santa”, guerra, teoricamente, da non
interrompere mai, fino al pieno consolidamento della legge divina. E
appunto attraverso la guerra santa, non per un’azione di predicazione e
di apostolato, l’Islam ebbe una espansione repentina, prodigiosa,
formando non solo l’Impero dei Califfi, ma soprattutto l’unità propria
ad una razza dello spirito – umma – la “nazione islamica”. (4)
L’Islam infine, osserva Evola, è una forma tradizionale completa, nel
senso che nel suo contesto è vivo ed operante un essoterismo in grado di
fornire, a chi sia dotato delle necessarie qualificazioni, i mezzi
utili a conseguire una realizzazione spirituale che oltrepassi il
traguardo esoterico della pura e semplice “salvezza dell’anima”:
Infine l’Islam presenta una completezza in alto grado tradizionale in
quanto il mondo della Shariyah e della Sunna, della legge e della
tradizione, ha il suo complemento non tanto in una mistica, quanto in
vere e proprie organizzazioni iniziatiche – turuq – cui è proprio
l’insegnamento esoterico, il ta’wil e la dottrina metafisica della
Identità suprema, tawhid. La nozione, ricorrente in tali organizzazioni
e, in genere, nella cosiddetta Shia, del ma’sum, della doppia
prerogativa dell’isma, o infallibilità dottrinale, e dell’impossibilità
di esser intaccati dalla colpa, per i capi, gli Imam visibili ed
invisibili, e i mujtahid, rientra logicamente nella verità di una razza
non spezzata e formata da una tradizione di livello superiore non solo
all’ebraismo, ma anche alle credenze che conquistarono l’Occidente. (5)
Fra tutti questi aspetti, quello che in modo più diretto interessa
l’”equazione personale” di Evola è ovviamente il motivo dell’azione
consacrata. È così che l’attenzione di Evola si fissa sul concetto di
jihâd e sulla sua duplice applicazione, secondo la celebre frase
attribuita al Profeta Muhammad: “Raja’nâ min al-jihâd al-açghar
ilâ-l-jihâd al-akbar” Cioè: “Siamo tornati dal jihâd minore al jihâd
maggiore”. Questo detto tradizionale, che ispira il titolo di un
capitolo di Rivolta contro il mondo moderno (“La grande e la piccola
guerra santa”), viene commentato da Evola nei termini seguenti:
Nella tradizione islamica vengono distinte due guerre sante: l’una è la
“grande guerra santa” – el-jihadul akbar – l’altra la “piccola guerra
santa” – el-jihadul açghar – da un detto del Profeta che, di ritorno da
una spedizione di guerra, disse: “Siamo tornati dalla piccola guerra
santa”. La prima guerra è di ordine interno e spirituale; l’altra è la
guerra materiale, quella che si combatte all’esterno contro un popolo
nemico, in particolare, con l’intento di riprendere popoli “infedeli”
nello spazio ove vige la “legge di Dio”, dâr al-islâm.
Tuttavia
la “grande guerra santa” sta alla “piccola guerra santa” come l’anima
sta al corpo; ed è fondamentale per la comprensione della “ascesi
eroica” intendere la situazione nella quale le due cose divengono una
sola, la “piccola guerra santa” facendosi il mezzo attraverso il quale
si attua una “grande guerra santa” e viceversa: la “piccola guerra
santa” – quella esteriore – divenendo quasi un’azione rituale che
esprime e testimonia la realtà della prima. In effetti, in origine
l’Islam ortodosso non concepiì che una forma di ascesi: quella legantesi
appunto al jihad, alla “guerra santa”.
La “grande guerra santa”
è la lotta dell’uomo contro i nemici che egli porta in sé. Più
esattamente, è la lotta dell’elemento non umano dell’uomo contro tutto
ciò che in lui vi è di umano e, come tale, di legato al tronco profondo
del desiderio e della passionalit, quindi di governato dal principio del
caos e del disordine. (6)
La dottrina islamica della piccola e
della grande “guerra santa” occupa nel contesto dell’opera evoliana una
posizione importante, poiché assume un valore paradigmatico; essa
infatti esemplifica e rappresenta la concezione generale che il mondo
della Tradizione riferisce all’esperienza guerriera e, in senso più
ampio, all’azione intesa come via di realizzazione spirituale.
Gl’insegnamenti riguardanti l’azione guerriera che si ritrovano in
ambiti tradizionali diversi vengono dunque considerati alla luce della
loro coincidenza essenziale con la dottrina del jihâd e vengono esposti
mediante il ricorso a una nozione che è, pure essa, di derivazione
islamica: la nozione della “Via di Dio” (sabîl Allâh).
Nel mondo
dell’ascesi guerriera tradizionale la “piccola guerra santa”, ossia la
guerra esteriore, viene additata od anche prescritta quale via per
realizzare questa “grande guerra santa” e per tale ragione nell’Islam
“guerra santa” – jihad – e “via di Allah” son termini spesso usati come
sinonimi. In quest’ordine di idee l’azione ha rigorosamente la funzione e
il compito di un rito sacrificale e purificatorio. Le situazioni
esteriori della vicenda guerriera determinano un “affioramento” del
nemico interiore, il quale come istinto animale di conservazione, paura,
inerzia, pietà o passione, oppone una rivolta e una resistenza, che chi
combatte deve vincere all’atto stesso di scendere in campo a combattere
e a vincere il nemico esteriore o il “barbaro”.
Naturalmente,
l’orientamento spirituale, la “giusta direzione” – niyyah – che è quella
rivolta agli stati sopraindividuali dell’essere (simboli: il “cielo”,
il “paradiso”, i “giardini di Allah”, e via dicendo) è presupposta come
base; altrimenti la guerra perde il carattere sacro e si degrada in una
vicenda selvaggia e irrazionale ove al Guerriero si sostituisce il
soldato e all’”eroe” nel senso antico la bestia, o, al più, l’esaltato.
(7)
Evola riporta tutta una serie di passi coranici relativi ai
concetti di jihâd e di “Via di Allah”; si tratta dei seguenti versetti,
che citiamo secondo la numerazione del Bonelli e nel medesimo ordine in
cui vengono riferiti in Rivolta contro il mondo moderno (8): IV, 76; II,
186; II, 187; XLVII, 37; XLVII, 4; XLVII, 38; XLVII, 40; IX, 38; IX,
52; II, 212-213; IX, 88-89; IX, 90; XLVII, 5-7. Oltre a questi versetti
vengono pure citate, a titolo esemplificativo ed illustrativo, due
massime: “Il paradiso è all’ombra delle spade” e “Il sangue degli eroi è
più vicono a Dio dell’inchiostro dei filosofi e delle preghiere dei
devoti” (9). Ora, se la prima di queste due massime è effettivamente un
hadîth, la seconda, desunta da una fonte di cui Evola non fornisce gli
estremi, suona originariamente in termini alquanto diversi:
“L’inchiostro dei sapienti e il sangue dei martiri saranno pesati nel
Giorno della Resurrezione, e la bilancia penderà in favore dei sapienti”
(hadîth riferito da Suyûtî, Al-jâmi’ aç-çaghîr).
Prima di
passare ad esporre le formulazioni secondo le quali la dottrina della
“guerra santa” è stata enunciata in ambiti tradizionali diversi da
quello islamico (soprattutto in quelli indù e cristiano), Evola
individua un rapporto di analogia tra la morte conseguita dal mujâhid e
la mors triumphalis della tradizione romana (10); il tema viene ripreso
più oltre, laddove il “significato di immortalamento” (11) attribuito
alla vittoria guerriera da certe tradizioni europee è messo in stretto
rapporto con “l’idea islamica, secondo la quale i guerrieri uccisi nella
‘guerra santa’ – jihad – non sarebbero mai veramente morti” (12). A
tale proposito viene citato un versetto cranico: “Non dite morti coloro
che furono uccisi nella via di Dio; no, anzi sono vivi, però voi non ve
ne avvedete” (II, 149); il parallelo specifico è qui rintracciato in
Platone (Resp. 468 e), “secondo cui alcuni morti in guerra vanno a far
corpo con la razza aurea che, secondo Esiodo, non è mai morta, ma
sussiste e veglia, invisibile” (13).
Un altro argomento che, in
Rivolta contro il mondo moderno, fornisce lo spunto per alcuni
riferimenti alla dottrina dell’Islam è quello trattato nel capitolo su
“La Legge, lo Stato, l’Impero”. Osservando che ancor fin nella civiltà
medievale la ribellione contro l’autorità e la legge imperiale fu
considerata allo stesso titolo dell’eresia religiosa e i ribelli
valsero, non meno degli eretici, come i nemici della loro stessa natura,
come coloro che contraddicono la legge della loro stessa essenza, (14)
Evola rileva la presenza di una analoga concezione nell’Islam e rinvia
il lettore alla sura IV del Corano, v. 111. Un altro parallelo che
coinvolge l’Islam viene poi stabilito fra la concezione romano-bizantina
da un lato, la quale contrappone la legge e la pax dell’ecumene
imperiale al naturalismo dei barbari rivendicando al contempo
l’universalità del proprio diritto, e la dottrina islamica dall’altro,
poiché in quest’ultima si ha Su base analoga (…) la distinzione
geografica fra il dar al-islam, o terra dell’Islam, retto dalla legge
divina, e il dar al-harb, o terra della guerra, per comprendere genti,
che nella prima vanno riprese attraverso il jihad, la “guerra santa”.
(15)
Nel medesimo capitolo, trattando della funzione imperiale
di Alessandro Magno, soggiogatore delle orde di Gog e di Magog, Evola
rimanda alla figura coranica di Dhû’l-qarnayn (il Bicorne, che viene
correntemente identificato con Alessandro), nonché alla sura XVIII del
Corano.
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